Le cave di Arzo, Saltrio e Viggiù
Cave di altri materiali

 

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L'estrazione e la lavorazione della pietra nelle cave di Viggiù, di Saltrio e del triangolo Arzo-Tremona-Besazio sono attestate a partire dal Cinquecento attraverso documenti storici e in particolare da numerosi atti notarili depositati negli archivi comunali. L’attività estrattiva doveva però essersi sviluppata già da tempo, fin dal Trecento, quando iniziò l'epoca delle costruzioni (fabbriche) gotiche, e forse anche prima, al tempo dei  Cluniacensi o, più tardi, dei Maestri Comacini, che fecero scuola a maestranze provenienti dalle valli lombarde. Fu probabilmente allora che i Viggiuttesi scoprirono la buona lavorabilità e la resistenza alle intemperie della roccia ”bigia” del loro paese, che si prestava ottimamente, fra l'altro, alla scultura di elementi decorativi. Le cave di Viggiù sono storicamente le più note, grazie anche al fatto che il grosso e ricco borgo fu il polo principale del commercio e della lavorazione della pietra sul Monte San Giorgio, divenendo famoso per le fabbriche di altari a marmi intarsiati, per i suoi maestri scalpellini ed i marmisti.

Le cave di Marmo e del Rosso di Arzo vennero invece aperte in epoche successive grazie all’impulso degli imprenditori di Viggiù che, con le loro ottime relazioni in ambito curiale, cercavano di soddisfare le richieste di un mercato che arrivava fino a Roma e nel Nord-Europa. È certo però che, già in periodo rinascimentale, anche le cave di Arzo e dintorni fossero in piena attività. Analogamente alla Pietra di Viggiù, anche i vari tipi di “Marmo di Arzo” trovarono ampia diffusione non solo a livello locale ma anche europeo.
Infatti, i diversi tipi di roccia, dai molteplici colori, delle Cave di Arzo (n. 39) , hanno trovato vasto impiego nelle chiese barocche e settecentesche, ornate e abbellite con altari, fonti battesimali, balaustre, acquasantiere, colonne, pavimenti e gradini in Broccatello, a volte intarsiato, con Macchia vecchia e Rosso d'Arzo, in composizioni artistiche di grande effetto, come ad esempio nell’Abbazia di Einsiedeln, nella chiesa di  Fraumünster a Zurigo, nel Duomo di Como e in quello di Milano.
La lavorazione ed il commercio delle rocce del Monte San Giorgio conobbero il massimo sviluppo soprattutto in epoca barocca (Seicento) e neoclassica (Settecento), e in misura minore nell'Ottocento. Ancora agli inizi del secolo, nonostante la crisi economica incalzante di questo settore produttivo, sopravvenuta in seguito a diversi fattori sfavorevoli fra cui l'ingresso nel mercato dei manufatti in cemento, l'attività estrattiva nelle cave della  montagna costituiva per i suoi abitanti una importante fonte di guadagno. Infatti nel 1931 erano attivi a Viggiù ancora una cinquantina di laboratori, che occupavano 240 persone su 2400 abitanti. Saltrio, nello stesso periodo, contava 16 laboratori e Arzo sei. A quei tempi l'estrazione della pietra era esercitata da piccole imprese a conduzione familiare o come proprietari (ad es. a Viggiù) o come affittuari del Comune (a Saltrio) oppure del Patriziato (ad Arzo), coadiuvati all'occorrenza da manodopera salariata.
Il taglio dei blocchi di roccia avveniva, prima dell'introduzione del motore a scoppio e quindi della tecnica del filo elicoidale (verso la metà degli anni Venti), con gli attrezzi tradizionali (mazzuoli, scalpelli e punte). Palanchini, cric, funi e rulli di legno servivano per la rimozione dei blocchi. Nei trasporti e nei lavori in laboratorio (levigatura dei manufatti) veniva coinvolta un tempo l’intera famiglia del tagliapietra.  Il giornalista L. Puletti fornisce, in un articolo del 1909, un realistico spaccato della coltivazione in sotterraneo nelle cave di Viggiù: … le cave, vere caverne d'imponenza teatrale, dove si smarrisce il senso della verticalità, dove le gocce cadenti negli invisibili stagni hanno suoni cupi e misteriosi, quasi funerei, dove vagano i bagliori delle lampade dei minatori e regolari e metodici risuonano cupi i colpi delle mazze, che con un linguaggio arcano tutto ci dicono, lo sforzo, tutta la lotta titanica dell'uomo contro la montagna, la quale ferma ed immobile, quasi paziente sembra non si accorga neppure del proprio sventramento. Da quegli antri scavati con l'indefessa pazienza del tarlo sono usciti a migliaia i metri cubi di pietra bianca e nera, che scese a comporre e ad ornare, foggiata dagli industri scalpelli, gran parte degli edifici delle città lombarde, che scese a fregiare le tombe dei lontani e vicini cimiteri…”.
Le cave in sotterraneo della Tassera (n. 52-53), di Piamo (n. 54-56), della Vallera (n. 57-59), del Rio Poaggia (n. 60-62), del Sant'Elia (n. 63-65), di Ponente (n. 66) e di Levante (n. 67), di Saltrio, come pure di quelle a cielo aperto di Arzo, Tremona e Besazio (n. 40, 41-51) sono oggi poco visibili o del tutto scomparse; le cave di Macchia vecchia (n. 41) e di Broccatello  (n. 39) della segheria Rossi & Ci. ad Arzo sono le uniche ancora in esercizio. In generale, l'attività estrattiva  nelle cave cessò negli anni Cinquanta. Nel 1964 chiuse a Saltrio l'ultima cava per la lavorazione di blocchi di roccia, quella dei fratelli Galli, conosciuti come i “Pupoo”. L’attività estrattiva a Saltrio riguarda oggi la produzione di ghiaia e ghiaietto per sottofondo stradale e miscele bituminose.

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Due affioramenti di gesso furono coltivati nei dintorni di Meride, a cavallo del Novecento (n. 70) e attorno agli anni Venti ( n. 69). Il materiale estratto veniva lavorato al Mulino del gesso della Guana (n. 87). Un deposito di tufo calcareo (n. 72) venne sfruttato agli inizi del Novecento. Per la loro rilevanza economica si segnalano le cave di pietra da calce in località “l'Americana” (n. 81), attiva fino agli inizi del Novecento, e quella della “Predera bassa” di Arzo (n. 73), la cui fornace (n. 89) cessò l'esercizio nel 1965. Sempre in quest'area venne sfruttato, a partire dagli anni Trenta, un affioramento di materiale del Retico per la fabbricazione di ghiaietto (n. 74). Per un utilizzo analogo furono coltivati i calcari in zona “L’Americana” (n. 81). Una piccola cava di Rosso ammonitico era  in esercizio, saltuariamente, al Molinello di Arzo (n. 75) allo scopo di estrarre la roccia di intenso colore rosso da destinare, una volta finemente macinata, come colorante di malte. Di particolare importanza storica sono le cave di argilla e le fornaci per laterizi di Riva San Vitale (n. 82-84).

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