Le miniere di scisti bituminosi
Gli scisti della Zona Limite Bituminosa
Le miniere di galena, barite e fluorite

 

Bibliografia

 

 

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Gli scisti bituminosi dell'area del Monte San Giorgio dovevano essere senz’altro noti da secoli grazie al loro contenuto di olio che bruciava facilmente. Fu però solo dalla metà del Settecento che, a seguito della penuria di combustibile per le fornaci, il Governo milanese incentivò la ricerca di combustibili fossili nelle valli lombarde, promettendo premi per la scoperta di nuovi giacimenti. Per questo motivo, fra il 1774 ed il 1790, un certo Valsecchi di Lecco riprese i lavori in una vecchia miniera di Besano; è questa la prima informazione sugli scavi industriali nelle rocce del Monte San Giorgio.

Invece, le prime indagini scientifiche sugli scisti bituminosi, riferite al 1830, furono eseguite nell’intento di estrarre gas per l'illuminazione delle vie di Milano, impiegando il procedimento del francese Selligue. I lavori di scavo, intrapresi a questo scopo sopra Besano, furono però ben presto abbandonati. A questa iniziativa ne seguirono altre, sempre allo scopo di ottenere del combustibile, ma non furono mai proficue poiché la mineralizzazione non era sufficientemente ricca. La scoperta dell'orizzonte bituminoso in territorio svizzero venne attribuita dal Governo cantonale al Comasco Antonio De Martini nel 1856.

Da allora iniziò una trentennale storia, caratterizzata da passaggi di concessione, rinnovi di licenza, ricorsi, liti e diffide, ma nulla di concreto. Un impulso decisivo alla ricerca degli scisti bituminosi si ebbe a seguito del successo commerciale dell'ittiolo, costituito da solfoittiolato di ammonio, ottenuto dall'olio estratto dagli scisti bituminosi di Seefeld nel Tirolo austriaco e prodotto a scopo medicamentoso per la cura di malattie della pelle. Pioniere della produzione sul Monte San Giorgio fu Giuseppe Ratti che, all'inizio del Novecento, coltivò una cava sopra Besano (n. 24), riuscendo ad ottenere dal Consiglio di Stato ticinese la licenza per la ricerca degli scisti bituminosi anche in territorio svizzero, poi assegnata, nel 1906, al chimico Piero Neri Sizzo De Noris. 
Con una campagna razionale di rilevamenti e di sondaggi, il Neri Sizzo, che disponeva di ingenti capitali, iniziò, nel maggio del 1907, gli scavi alle Tre Fontane presso Serpiano (n. 27). Nel 1910, la neocostituita Società Anonima Miniere Scisti Bituminosi di Meride e Besano mise in esercizio la fabbrica di Spinirolo (n. 85), destinata alla distillazione dell'olio di scisto e alla raffinazione del saurolo, un prodotto simile all'ittiolo richiesto dal mercato farmaceutico di Milano e di Basilea.

Fabbrica dello Spinirolo a Meride
Foto arc. Sommaruga
Nel 1916, in località Tre Fontane, risultavano aperte cinque miniere con uno sviluppo totale di 900 m, che avevano fornito fino ad allora circa 2100 t di minerale utile. Agli inizi degli anni Quaranta erano state scavate, fra gallerie e fornelli, circa 1700 m; fra il 1917 ed il 1927 si sfruttò la miniera di Valporina (n. 28). Alla metà degli anni Venti risale invece l'esercizio della miniera di Selvabella sopra Besano (n. 25), e poco dopo quello dell'impianto della Novella (n. 86), che produceva materia prima destinata ad essere raffinata presso lo stabilimento di Spinirolo. La produzione media annua di materiale mineralizzato si aggirava attorno a 300-400 t, pari a 22-30 t d'olio greggio. 
 La produzione di saurolo diminuì durante la II Guerra Mondiale, ma ebbe una nuova ripresa in seguito, seppur per pochi anni, quando nella società mineraria lavoravano una trentina di persone, fra minatori ed addetti alla produzione. Poi Il commercio si ridusse a pochi clienti, soprattutto del settore farmaceutico veterinario d'Oltremare. La coltivazione in miniera venne sospesa all’inizio degli Anni Cinquanta e, da quel momento, vennero smaltite unicamente le scorte; le ultime forniture di saurolo a ditte farmaceutiche inglesi, belghe e svizzere sono riferite all’anno 1954, sulla scorta dei documenti dell’”Archivio Sommaruga” (in deposito presso il Museo cantonale di storia naturale di Lugano). Il vecchio direttore  Neri Sizzo morì nel 1951 e alcuni anni più tardi la Società mineraria fu sciolta.

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La Zona Limite Bítuminosa (ZLB), che segna il confine fra l'Anisico e il Ladinico (Triassico medio), rappresenta una serie rocciosa di circa 16 m di spessore, dove a banchi di dolomia scura di 20-30 cm di spessore, si alternano livelli di scisti argillosi bituminosi nerastri e, subordinatamente, fini intercalazioni di tufo vulcanico giallastro. Il banco più ricco di strati bituminosi presenta uno spessore variante da 2,3 m (Valporìna, n 13) a 4,44 m (Serpiano-Tre Fontane, n 10), fino a 6,77 m (Riva San Vitale-La Ghinella, n. 29). Nella miniera di Valporina (n. 13) sono stati individuati 19 livelli bituminosi per complessivi 35 m di spessore; in quella di Tre Fontane i livelli bituminosi sono 17 con uno spessore medio di 4,5 cm; alla Ghinella si sono con tati 23 livelli bituminosi con uno spessore medio di 4 cm. In altri ter mini, gli strati mineralizzati rappresentano in spessore il 13 -17 % della serie dolomitica bituminosa considerata. 
Miniera Tre Fontane al Serpiano
Foto arc. Sommaruga
Ricostruzione della miniera Tre Fontane
Dis. G. Gentilini
Analisi chimiche, ef fettuate sul materiale proveniente dalla Ghinella, indicano un te nore medio in olio greggio dei 10% circa per gli scisti bituminosi. Per contro, il rendimento medio del minerale bituminoso della mi niera Tre Fontane, ottenuto nella fabbrica di Spinirolo, è stato del 7 - 8 % in peso d'olio greggio, equivalenti a 74 - 85 l/t di scisto. Nel processo di distillazione secca a bassa temperatura adottato dalla Società Anonima Scisti Bituminosi di Meride e Besano, oltre all'olio, che presenta un contenuto in zolfo del 7 %, si sono ottenuti 8 - 9 % di gas, pari a 160 -180 m3 /t e 2 - 3 % di acque ammoniacali. Uno studio eseguito nel 1943 da parte dell'Ufficio svizzero di guerra sulle miniere dei Monte San Giorgio allo scopo di estrarre diesel per trattori dagli scisti bituminosi, ha stabilito la scarsa economicità dell'estrazione poiché il combustibile sarebbe venuto a costare 10 volte tanto quanto la nafta in commercio a quell'epoca. 

 

 

 

I giacimenti mineralizzati a galena, barite fluorite si presentano sul Monte San Giorgio generalmente in filoni, che interessano parte sia della serie vulcanica (Permiano inferiore) sia di quella sedimentaria triassica sovrastante (Scitico-Anisico). La coltivazione della miniera di galena argentifera del Piodè al Rio Vallone sopra Besano (n. 32), di cui si hanno però poche notizie, ha avuto una rilevante importanza economica attorno alla metà dell'Ottocento.

Questa miniera, riattivata nella prima metà del Novecento, sfruttava la mineralizzazione del Filone Carlotta Sud; i minerali metalliferi impregnano il piano di una faglia, che separa le vulcaniti permiane dalla Formazione di Bellano di età triassica. Una mineralizzazione analoga è stata coltivata nel cosiddetto filone Anselmo, situato nella medesima regione (n. 34).
Mineralizzazioni a barite e fluorite, sono state sfruttate nelle vulcaniti del Filone Novella (n. 31), del filone Alto (n. 37), del Filone Carlotta Nord (n. 35), del Filone Vignazza (n. 37) e del Filone Maselli a Serpiano (n. 38).
Quest’ultima mineralizzazione, situata nei pressi dell’Albergo Serpiano, è stata coltivata a più riprese, soprattutto durante la II Guerra mondiale nell’ambito di processi per la lavorazione dell’alluminio. Il Filone Novella  è stato coltivato dalla ditta Maffei & Spreafico all’inizio del ‘900;  il materiale estratto veniva lavorato presso il Mulino di mezzo a Porto Ceresio; il Filone Carlotta Nord è stato coltivato negli anni antecedenti la I Guerra Mondiale dalla fabbrica  Maffei & Cie ripresa successivamente da Luigi Bossi detto il “Barbesin” che è stato anche l'artefice principale dell'esplorazione dei giacimenti della zona durante gli anni Quaranta e fino alla metà degli anni Cinquanta.

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